| Non
dimenticherò mai quella gran gnocca di
Alice, una donna che ho conosciuto in chat, mi
ha sempre fatto arrapare il modo in cui parlava,
allora fin dal primo momento gli ho chiesto di
incontrarci, perchè ero troppo curioso
di conoscerla, e dopo vari tentativi accettò.
La vidi arrivare camminando veloce sui tacchi
a spillo, con la valigia che la seguiva come un
cane fedele; dapprima pochi frammenti confusi
tra la gente che ancora scendeva dal treno: una
spalla, una chioma di capelli castani, una mano
che gettava una sigaretta sui binari. Poi la folla
si diradò, si divise in due ali a far da
contorno ad una figura di donna, curve esplosive,
labbra carnose lucide di rossetto, ed un sorriso
ironico a far da eco alla sua espressione allibita.
“Sei bellissima” disse Nunzio
“Lo so” rispose divertita Alice
Si erano conosciuti in rete alcuni mesi prima,
lei scrittrice di romanzi brevi, lui curatore
di un sito che ne pubblicava.
L’iniziale perplessità di Nunzio
nei confronti di quella donna misteriosa si era
presto trasformato in uno stato di perpetua ricerca
della sua presenza in rete, spesso frustrata nei
periodi in cui, per nessun motivo apparente, restava
assente, per tornare più esuberante ed
affascinante di prima.
Il giorno in cui lei gli aveva mandato la sua
foto per la presentazione sul sito, lui non aveva
creduto ai suoi occhi. Era bellissima e provocante;
nell’espressione dei suoi occhi divertiti
c’era ironia, nella posa della sua testa
un’interrogativo, nelle forme del suo corpo
la promessa di piaceri impossibili.
Incapace di resistere era caduto in una rete che
lui stesso aveva intessuto, e che lei aveva chiuso
il giorno in cui gli aveva detto “Voglio
incontrarti”.
“Sono sposato, lo sai” aveva ribattuto
lui.
E lei, dando la stretta definitiva alla trappola,
aveva detto “Non ti chiedo la vita, solo
una notte”
Era così che si era trovato in testa ad
un binario della stazione di Napoli, a fissare
negli occhi la donna più bella che avesse
mai visto, incapace di dire la benché minima
frase. Ma chissà come, sembrava non fosse
necessario.
Non ci fu bisogno di discorsi impacciati o corteggiamenti,
perché lei lo prese per mano e lo condusse
ad un taxi, dando l’indirizzo di un albergo
dove, gli comunicò, aveva già prenotato
una camera per loro due. La proprietaria, compiacente,
non avrebbe chiesto documenti se fosse stata pagata
in anticipo; nessuno avrebbe chiesto loro niente,
nessuno avrebbe mai saputo dove avessero passato
le prossime ore, aggiunse, se lui stesso non l’avesse
detto a qualcuno.
“Non potrò mai dirlo a nessuno”
realizzò Nunzio “se non voglio correre
il rischio che mia moglie lo venga a sapere”.
Ma, Dio, com’era forte la tentazione di
pavoneggiarsi per strada con quella creatura stupenda
al fianco, dicendo a tutti “lei vuole me”.
Arrivarono all’albergo in pochi minuti,
o forse ore, chissà; alla reception il
denaro passò di mano e venne loro data
una chiave, camera 13, un numero impossibile da
dimenticare per Nunzio, ormai, e si avviarono
mano nella mano lungo il corridoio. Lo specchio
sul fondo rivelava l’immagine di una coppia
affiatata, lei di mezzo passo avanti a lui, quasi
lo guidasse, e lui perso in contemplazione del
riflesso delle sue gambe perfette visibili sotto
l’orlo della gonna di satin.
Non ci fu imbarazzo neanche una volta che la porta
fu chiusa alle loro spalle, perché lei
si tolse la giacca, la appoggiò con grazia
su una sedia, ed in un attimo fu tra le sue braccia,
ogni centimetro del suo corpo che aderiva a lui,
trovando concavità perfette dove poggiare
le sue curve, non scostandosi al contatto della
sua turgidità ma, anzi, strusciandovisi
contro voluttuosamente.
Il bacio prese vigore, le lingue guizzarono, le
mani di lui si persero prima nei suoi capelli
facendone esalare un inebriante profumo, poi furono
sui suoi seni, sui suoi fianchi, ed infine avvinghiate
alle rotondità perfette delle sue natiche.
Lei si staccò da lui e, guardandolo negli
occhi, fece scorrere con deliberata lentezza la
cerniera lampo sul retro della gonna, lasciando
che l’indumento scivolasse alle sue caviglie.
Un colpo di tacco e volò via, dimenticata.
Poi fu la volta della camicetta, un bottone dopo
l’altro, sempre inchiodando gli occhi di
Nunzio nei suoi. Lui percepì più
che vedere che Alice portava nient’altro
che un reggiseno pressoché inconsistente,
sotto il cui tessuto velato i capezzoli premevano
impertinenti, e slip altrettanto impalpabili.
Non portava calze, e la sua mano fu guidata con
decisione nell’umido calore che si celava
tra le sue gambe, ed al suo ansito lei rise “vuoi
restare vestito di tutto punto o intendi spogliarti
prima o poi?”
Mentre lui si toglieva, goffamente, gli indumenti,
rivelando a sua volta un paio di boxer deformati
dal turgore ormai enorme, lei aspettò seduta
sul bordo del letto, a gambe incrociate, sempre
con quel mezzo sorriso divertito che le sfiorava
gli angoli della bocca, ridendo di più
con gli occhi, non di lui ma con lui.
Un breve richiamo, il flettersi di un dito, e
lui fu su di lei, ad esplorare con le mani, gli
occhi e la lingua ogni centimetro della sua pelle.
E lei rispondeva con ansiti di piacere e brevi
esclamazioni quando lui stimolava parti particolarmente
sensibili, non smettendo un solo attimo di percorrere
a sua volta il corpo di lui con le unghie e con
le dita, provocando talvolta piacere e talvolta
dolore che era altrettanto piacevole.
Gli indumenti restanti parvero dissolversi.
Approfittando di una breve pausa lo distese sul
soffice copriletto, ed in un attimo fu su di lui,
attorno al lui, muovendo il suo corpo con un ritmo
lento e costante, scendendo lungo la sua virilità
per poi risalire, a volte sostando prima di ridiscendere,
a volte impalandosi con una tale energia da schiacciarlo
sotto il suo peso.
“Ti prego, rallenta” disse Nunzio
“voglio resistere, voglio goderti il più
a lungo possibile” e così dicendo
la prese, la sdraiò supina e si dedicò
a provocare il lei il primo orgasmo, stimolandola
con la lingua e con le dita finché lei
non ebbe gridato il suo piacere al soffitto intonacato
di rosa. Era splendida soprattutto in quel momento,
con i seni che si sollevavano ritmicamente mentre
respirava a brevi ansiti, la pelle bianca imperlata
di minute gocce di sudore, e l’odore del
suo sesso che permeava la stanza, il più
inebriante dei profumi.
Pochi minuti furono sufficienti perché
lei si riprendesse, una luce selvaggia ancora
negli occhi, e si voltasse su di lui prendendogli
in bocca il membro, dedicandosi a ricambiare il
piacere appena provato con uno altrettanto grande.
E quando si accorse che l’orgasmo era ormai
imminente, lo spinse più a fondo nella
sua bocca in modo da poter contenere tutto il
suo seme, nutrendosene come fosse stato il più
prezioso dono.
“Adesso dovremo aspettare” disse Nunzio,
quando fu di nuovo in grado di parlare, ancora
beandosi della sua vista e maledicendo le circostanze
che avrebbero relegato quell’incontro nel
più profondo del suo animo, desiderando
sempre di più di gridare il suo desiderio
e la gratitudine al mondo.
“lo so tesoro, non preoccuparti” disse
lei “mentre aspettiamo possiamo fare qualche
gioco insieme, se ti va”
Avvertendo già i primi sintomi di desiderio
rinnovato al pensiero di quali potessero essere
i “giochi” a cui si riferiva, lui
annuì con forza, e restò a guardare
mentre lei dalla borsa estraeva due lunghe sciarpe
di seta nera, con dei ricami rossi. Lo guardò
un lungo momento, come valutandolo, poi disse
“Vorrei legarti al letto, adesso, e giocare
col tuo corpo. Voglio che tu sia alla mia mercé,
voglio godere di te e farti godere senza che tu
possa muoverti. Che ne dici?”
Era il suo sogno; una donna che sapesse godere
dei piaceri della carne che facesse di lui cosa
volesse. L’aveva sempre voluto, desiderato,
ma sua moglie era troppo timida, troppo inibita
sessualmente per poterle solo proporre una cosa
del genere. Per tutta risposta lui si sdraiò.
Allargò le braccia e le gambe e disse “Sono
tuo”.
Ancora quel sorrisetto, ancora il guizzo divertito
nei suoi occhi.
“Lo so” fu la risposta di Alice.
Lo legò, prima i polsi, poi le caviglie.
Si assicurò che non potesse muoversi, poi
si avvicinò di nuovo alla valigia di pelle.
La avvicinò al bordo del letto, fuori vista
di Nunzio, poi si dedicò a far tornare
vigorosa quella parte di lui che si era sopita
dopo il recente orgasmo. Quando fu di nuovo eretto,
lei prese un unguento dalla valigia, ne spalmò
copiosamente il membro di Nunzio, per poi impalarsi
con decisione in un atto di sodomia così
naturale da far capire che quella pratica era
una sua abitudine consolidata. Per Nunzio era
invece un’esperienza totalmente nuova, e
sentirsi stringere da quell’anello di carne
in modo così tenace, come nessun rapporto
consueto aveva mai concesso, lo precipitò
verso un piacere di gran lunga superiore a quello
precedentemente provato.
E lei, ansante, sorretta dalle leve potenti delle
sue gambe, si chinò ancora una volta verso
la valigia, mormorando, sai è stato sublime,
ma ricorda che io non vado a letto due volte con
la stessa persona.
|